A Cesare quel ch’è di Cesare, a Dio…

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La lunga storia dei rapporti tra Comune di Casoria e Capitolo di San Mauro >>> Una recente controversia ha riacceso una vecchia se non antica questione sospesa tra il Comune di Casoria ed il Capitolo di San Mauro. Non entrando nel caso specifico – competenza di legali – ho raccolto una serie di appunti storici su quelli che sono i rapporti tra le due principali istituzioni di Casoria; anche per sfatare gli equivoci che possono nascere leggendo di tanto in tanto notizie sugli affitti pagati dal Comune alla parrocchia. Negli anni ’80, infatti, alcune opere pubbliche – tra cui villa comunale, caserma dei carabinieri, pretura – sono stati edificati su terreni che fanno parte dell’antico patrimonio immobiliare del Capitolo di S. Mauro, regolati da una particolare convenzione.

Il patrimonio di S. Mauro fu costituito nella seconda metà del Seicento, unendo le antichissime proprietà della chiesa (le cui prime notizie risalgono al XII secolo) ad una serie di donazioni private (Pietro Ferrara 1642, Ettore Palladino 1648, Giuseppe Zamparelli 1660); da questo patrimonio, incrementato da una donazione di 4mila ducati del Comune di Casoria (1693-94), nacque nel 1700 la Collegiata di S. Mauro: un Capitolo, ovvero una congregazione di 20 sacerdoti canonici presieduti da un “preposito”. All’indomani dell’Unità d’Italia, per effetto delle leggi anticlericali del 1866-67, la Collegiata di San Mauro fu però soppressa e il patrimonio del Capitolo fu annesso al Demanio dello Stato: i beni non furono espropriati e indennizzati, ma semplicemente requisiti. Il Comune di Casoria chiese subito di acquistare tutti i terreni di S. Mauro, avviando una battaglia legale contro il Capitolo. La vertenza durò sei anni: nel 1873 il Comune vinse in Appello e nel 1876 entrò in possesso di tutti i beni, pagando una tassa (corrispondente al 30% del loro valore).

C’era però un problema: sui beni gravavano dei “pesi”. Si trattava delle celebrazioni (festività, suffragio dei testatari etc.) che erano lo scopo stesso per cui era stata costituita la Collegiata, che in pratica avrebbe dovuto mantenersi con le rendite di questo patrimonio che si era legittimamente costituito ma che sembrava ormai perduto a causa delle inique leggi contro la proprietà ecclesiastica. Cosa fare? Il Comune dovette provvedere a proprie spese, e istituì nel 1877 un “Assegno ai cappellani addetti alla soddisfazione degli oneri di culto gravanti i beni della soppressa collegiata“. Tuttavia, col passare degli anni questa voce (piuttosto salata) del bilancio comunale sollevò non poche proteste e ricorsi, fino ai primi del Novecento, quando fu oggetto di nuove inconcludenti controversie legali.

Non potendo andare avanti a colpi di ricorsi, nel 1925 si giunse ad una prima Convenzione, tra il parroco Alfonso Castaldo e il Regio Commissario del Comune di Casoria Eduardo Guarini; convenzione che fu poi rinnovata nel 1934, all’indomani del Concordato Stato-Chiesa. La soluzione adottata riconosceva in sostanza gli antichi diritti (usurpati) della chiesa: l’usufrutto del patrimonio immobiliare andò al Capitolo, mentre al Comune restò solo la nuda proprietà.  Una cinquantina di anni più tardi, a metà degli anni ’80, quando era parroco mons. Francesco Galdi, il Comune decise di edificare delle opere pubbliche su alcuni di quei terreni, e dovette pertanto obbligarsi contrattualmente a pagare un affitto al Capitolo.

Giusta o sbagliata sia stata quella decisione, oggi la situazione è di fatto ancora questa, e potrebbe certamente essere migliorata. Come? Non credo a colpi di ricorsi amministrativi e giudiziari. Riordinando l’archivio storico di S. Mauro ho avuto modo di sfogliare decine di cause, ma in un secolo e mezzo nessuna ha mai prodotto dei veri risultati, infrangendosi contro problematici ostacoli: un patrimonio costituito e amministrato sotto diversi ordinamenti statali, dal viceregno spagnolo ad oggi; una requisizione (quella del 1867) che rappresenta un caso evidente di usurpazione della proprietà privata; un Comune che non può espropriare qualcosa di cui è (seppur “nudo”) proprietario. Per uscire dall’impasse, la via migliore sarebbe quella di ridiscutere la Convenzione. Con l’aiuto di competenti legali e di un buon notaio, con un po’ di disponibilità da ambo le parti, Comune e Capitolo potrebbero raggiungere un nuovo accordo che risolva la questione in modo definitivo; ad esempio, dividendo i beni tra le parti e mettendo fine a questo singolare rapporto, forse ormai logorato dagli anni.

da «Il Giornale di Casoria» del 9 ottobre 2011

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