Casoria 1799: Rivoluzione e controrivoluzione /parte 2

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I violenti scontri di giugno e la fine della Repubblica Napoletana >>> Quella della Repubblica Napoletana del 1799 è una delle pagine più gloriose della storia di Napoli, ma durò solo pochi mesi, nei quali il potere fu tenuto da un gruppo di intellettuali – Mario Pagano, Eleonora Pimentel Fonseca, Vincenzo Russo, Domenico Cirillo e altri – animati da un’alta concezione morale e politica dello Stato. Proclamata il 23 gennaio, questa Repubblica sostenuta dai Francesi non ebbe vita facile, soprattutto a causa degli attacchi dei Sanfedisti, ovvero dei napoletani sostenuti e sostenitori della Chiesa, che volevano il ritorno dei Borbone.

La situazione precipitò ai primi di maggio, quando i Francesi si ritirarono da Napoli. Ufficialmente, dovevano accorrere in Italia settentrionale, dove l’esercito aveva subito grosse sconfitte. Praticamente, chiedevano forti sovvenzioni alla Repubblica per rimanere a Napoli, comportandosi da vili mercenari: e così, quando capirono che il governo napoletano non poteva pagare, si ritirarono. Intanto, l’esercito dei Sanfedisti, animato dal cardinale Fabrizio Ruffo, avanzava per riconquistare Napoli. Ai primi di giugno, le strade e le campagne di Casoria furono così teatro di un violento scontro, ricordato in una pagina del Libro dei defunti della basilica di San Mauro.

La pagina (volume VI, foglio 250) porta la data del 4 giugno 1799. Documenta la «insurrezione contro gli Francesi ed attacco fattosi» durante il quale persero la vita otto persone. Solo due erano i veri e propri «insurgenti», arruolatisi in una banda di Afragola: Antonio Cortese, 46 anni, marito di Stella del Prete; e Luigi Caro, 45 anni,  marito di Maria Rosa Esposito. Gli altri «furono ammazzati innocentemente per le strade e per le campagne». Il più giovane era un figlio di buona famiglia: Domenico Russo, di 23 anni, figlio di Nicola e della gentildonna Anna Genovese. Il più vecchio, invece, aveva 70 anni e si chiamava Carmine Mastronzo, marito di Orsola Russo. C’erano poi Giuseppe Marino, 35 anni, marito di Maria Esposito; e Antonio Russo, 56 anni, marito di Teresa Montanino. Un signolare “signorino” doveva essere invece il sessantenne Silvestro Russo, figlio del gentiluomo Filippo e della gentildonna Eleonora Ferone. E poi infine Giovanni Palmentiero, di 40 anni, marito di Francesca Cucarone che fece una morte orribile, «bruciato in un pagliajo».

Quest’ultimo episodio rende l’idea dell’efferatezza degli scontri, raccontati il giorno seguente anche dal giornale ufficiale della Repubblica, il “Monitore Napoletano” (n. 34 del 5 giugno 1799) che scrisse: «si son respinti gl’insurgenti fino a Casoria, malgrado le imboscate che questi aveano fatte dentro i campi. In Casoria si è fatto sopra i nostri fuoco da due case, le quali però sono state abbandonate all’incendio». Secondo l’articolo, le truppe si ritirarono solo in tarda sera «lasciando sul campo oltre duecento ribelli». La Repubblica Napoletana era ormai alla fine. Poco più di una settimana dopo, il 13 giugno, Napoli fu riconquistata dai Sanfedisti. In città furono abbattuti i simboli del potere repubblicano: l’albero della libertà e la statua del gigante eretti davanti al Palazzo Reale. E nell’ipocrisia del popolo, i poveri patrioti finirono tutti sul patibolo.

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