Il ricordo di don Maurino

piscopo

Con Monsignor Piscopo scompare un pezzo di Casoria >>> Nella mattinata la chiesa di San Benedetto, nel cuore della vecchia Casoria, era già un viavai di gente perché la notizia aveva fatto il giro della città: è morto don Maurino. Parroco fin dalla fine degli anni Sessanta, don Mauro Piscopo era uno di quei preti che hanno sempre la porta aperta, e una fila in anticamera più lunga di quella del medico. Solo qualche settimana fa aveva compiuto ottant’anni. E non importava che la salute vacillasse già da tempo, perché don Maurino era il motore del quartiere:

«un punto di riferimento troppo importante per tutte le persone che come me si scontravano con i problemi di ogni giorno», dice Nino d’Angelo nella sua autobiografia. Lui lo aveva incontrato tra i banchi della scuola media – dove padre Piscopo ha insegnato religione per quarant’anni – e lo aveva seguito in chiesa, in quella sagrestia dove trovò aiuto e sostegno, la forza e il coraggio per portare avanti tra mille difficoltà il sogno di cantare. «Per parlargli aspettavo ore, vista la folla che si radunava davanti alla sua porta» ricorda ancora il cantautore «aveva più richieste di lavoro lui che l’ufficio di collocamento di Casoria». Nino, a cui don Maurino aveva affibbiato il mitico soprannome di «miezumetro», affida il suo saluto al social network; scrive su Facebook: «Oggi una persona a me cara non c’è più; si chiamava Mauro Piscopo, ed era un prete coraggioso e piene di iniziative; è stato un punto di riferimento importante per me e per tanti amici di Casoria. Io gli devo veramente tanto per i valori che mi ha insegnato e per la forza che mi ha dato. Mi mancherà quella sua mano sulla spalla. Grazie per sempre». E gli dedica anche una sua canzone triste ma bella, intitolata Cumpagno mio, che dice: «Cumpagno mio, ‘o silenzio nun me fa rassignà / io dinto a me t’ porto, ma te chiammo e tu nun rispunn’ / Siente comm’ sona, comme trase dint’ all’anema, ‘a canzona ca te vulesse sceta’ cu’ na nota sola / pe’ ghì luntano, ‘nzieme a te, for’ ‘a ‘stu scuro».

Altruista, testardo e carismatico, don Mauro Piscopo sapeva essere coinvolgente in ogni iniziativa che metteva in piedi: sportiva, teatrale, culturale. Lui il primo e il più entusiasta. A Lourdes in pellegrinaggio con gli ammalati, come al fianco dei lavoratori negli anni Settanta. Lui davanti, in prima fila anche quando c’era da alzare la voce contro la violenza. Come una decina d’anni fa, quando Casoria fu teatro di un paio di atroci omicidi (l’ottantenne Emilia Parisi e il giovanissimo Stefano Ciaramella) e don Maurino ebbe parole di fuoco contro gli assassini e gli omertosi, «perché il perdono non vuol dire impunità, e se qualcuno sa deve denunciare».

Nel giorno dei funerali Casoria ha proclamato il lutto cittadino, la solenne celebrazione è stata  presieduta dall’Arcivescovo di Napoli Crescenzio Sepe. Accanto al cardinale lavora da anni un fratello di don Maurino, il collega giornalista, ma soprattuto l’amico fraterno, Enzo Piscopo, suo portavoce e direttore del settimanale diocesano «Nuova Stagione»: sue le parole più commoventi che hanno scosso la folla radunata a San Benedetto. In questa chiesa che padre Piscopo aveva restaurato dopo il terremoto del 1980 tra mille difficoltà (mancanza di fondi, incendi, furti di opere d’arte), in cui lo andai a trovare molti anni fa per studiare il monumento medievale di Giacomo Torello da Fano. Pranzammo assieme nella canonica, parlando a lungo. «Ma hai letto bene che dice quella lapide? dice che il guerriero è rimasto a Casoria “per la bellezza di una donna maritato”; hai capito? A Casoria allora ci stavano le femmine belle! E tu ne hai trovata qualcuna?». Questo era don Maurino. Un uomo di spirito, con cui se ne va un pezzo di Casoria. E non è retorica, perché proprio in momenti come questo, quando la vecchia comunità locale si ritrova, si avverte la disarmante percezione che Casoria sta lentamente scomparendo: e così insieme a Don Maurino Casoria piange un po’ anche se stessa, il suo decomporsi, il suo morire: di indifferenza e di vecchie beghe miserabili, mentre si trasforma sempre di più in un grigio e indistinto quartiere, estrema propaggine della periferia napoletana.

da «Il Giornale di Casoria» del 30 ottobre 2011

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