La scomparsa di Francesco Paone

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Un breve ricordo  di “don Ciccio”, sindaco democristiano dei primi anni ’80 >>> Con Francesco Paone se n’è andato un altro pezzo di una Casoria di altri tempi, che non c’è più. La basilica di San Mauro domenica scorsa era gremita per l’ultimo saluto a don Ciccio, come lo chiamavano con affetto i vecchi Casoriani. Dirigente Inail, aveva seguito le orme del padre Raimondo, sindaco di Casoria per quasi un ventennio, dal dopoguerra alla fine degli anni Sessanta, in quel periodo che vide la città trasformarsi da centro agricolo a realtà industriale. Sempre nel segno della Democrazia Cristiana, anche Francesco fu sindaco, ma in anni molto più difficili, quando il sogno industriale era ormai finito e nuove emergenze si affacciavano all’orizzonte. Arrivò al municipio nel 1980, una settimana prima del tragico terremoto in Irpinia che colpì anche Napoli e provincia. L’anno seguente un’altra scossa, il 14 febbraio dell’81, colpì la chiesa di San Mauro, che rimase inagibile fino all’89. Come se non bastasse, in quel periodo la Resia, il primo storico insediamento industriale di Casoria, si avviava alla definitiva dismissione. Insomma, non era proprio un bel periodo.

Fu Paone a commissionare a Don Gaetano Capasso la prima ricerca storica su Casoria, che vide la luce nel 1983. Ed oltre vent’anni dopo, fu sempre don Ciccio ad accogliermi, entusiasta, per presentare il mio saggio “Casoria, ricostruire la memoria di una città” nella suggestiva cornice dell’oratorio di Santa Maria della Pietà. Di questa antica arciconfraternita che sorge presso San Mauro, e che affonda le sue origini nel Cinquecento, Francesco Paone fu a lungo orgogliosamente priore. La storia della sua famiglia è un pezzo della storia di  questa città, e il suo nome si aggiunge ora a quello del padre Raimondo e del fratello Arcangelo, canonico di San Mauro e primo parroco di San Paolo; nonché a quello del prozio Arcangelo senior, il più longevo preposito di San Mauro, vissuto nella seconda metà dell’Ottocento.

Ma al di là del ricordo pubblico, resta la mia personale memoria privata: la sua affabilità, la cordialità con cui mi ha sempre accolto, la sua curiosità (era un gran lettore, don Ciccio), le chiacchierate in cui Casoria smetteva di essere una città e diveniva un sommatoria di luoghi e di famiglie di altri tempi: ed io stesso non ero più io, ma ero solo il nipote della vecchia Ngiulia l’impagliasedie e di mia nonna, che lui conosceva da fin da bambina, prima della guerra. E parlando, nonostante il divario degli anni, sembrava ci conoscessimo da sempre, per una strana magia che riesce solo a chi appartiene a questi luoghi e ne serba intatta la memoria.

da «Il Giornale di Casoria» del 26 giugno 2011

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