I casali contesi tra Chiesa e Angioini

carloangio

Casoria al centro di una lite tra Carlo d’Angiò e la Curia di Napoli >>> Nel 1276, all’epoca di Carlo I, scoppiò un’accesa lite tra l’amministrazione angioina e l’arcivescovo Ayglerio, che voleva salvaguardare alcuni diritti della Chiesa di Napoli sui casali dell’entroterra. Il primo di questi centri era proprio Casoria, seguita da «Afragola, Lanzasino, Secondigliano, Salvatore Monialium, Panecocolo et Cassandrino».

Ayglerio pretendeva che i vassalli che erano sudditi della sua Chiesa non fossero tenuti, per nessun motivo, a pagare Collette o altri tributi alla Regia Curia. Pertanto, decise di muovere lite contro il Procuratore del fisco. Il processo era ancora in istruttoria, in attesa di sentenza del collegio giudicante, quando il Giustiziere di Terra di Lavoro – un moderno presidente della amministrazione provinciale – assicurò alle carceri alcuni vassalli della chiesa napoletana.

La notizia dell’arresto e del rilascio è riportata in un documento degli anni 1277-79 che vede da un lato i procuratori del fisco governativo, dall’altro l’arcivescovo di Napoli Ayglerio, il quale pretende che i vassalli non vengano molestati. Cosa dice il documento? Cittadini sia afragolesi che casoriani, «homines de villa Casorie et villa Afragole de territorio neapolitano», erano stati arrestati per non aver pagato alla Regia Curia dei tributi, con cui avrebbero saldato collette degli anni precedenti. Al Giustiziere di Terra di Lavoro veniva data disposizione di rilasciare in libertà gli uomini incriminati e tratti in arresto, dietro cauzione, «sub certa forma». Tra i nomi degli arrestati ci sono diversi Casoriani: «Bartholomeus de Magister, Nicolaus Rictius, Bartholomeus Pica, Angelus de Simone de villa Casorie, Servatus Torellus». I garanti o fideiussori per Casoria sono «Nicolaus Demetrius qui dicitur De Martino e Petrus Maulinus (o Manconus)».

L’arcivescovo Ayglerio aveva avanzato direttamente al re le sue rimostranze, lamentandosi dell’accaduto, e pretendendo che si facesse giustizia, sia nella sua persona che e nei confronti dei vassalli della Chiesa  metropolitana. E alla fine riuscì nel proprio intento, ottenendo di vederli tutti prosciolti dal carcere e rilasciati, seppure dietro “malleveria”. Con due lettere del 21 febbraio 1279, Carlo d’Angiò precisò infatti che bisognava attendere che le competenti autorità risolvessero la questione; e intanto, mentre continuava la vertenza, nessuno avrebbe potuto molestare i vassalli in merito ad altri tributi, senza un suo speciale mandato. Ovviamente, finì tutto nel dimenticatoio, per evitare uno scontro più duro con l’arcivescovo. La vicenda chiarisce cosa volesse dire – ancora alla fine del Duecento – essere vassalli della chiesa di Napoli: non si trattava solo di semplici obblighi di legge, per cui bisognava pagare alla diocesi dei tributi (denaro, prodotti o giornate lavorative) in base ai terreni coltivati. Vassalli erano, piuttosto, coloro che erano sottoposti alla Chiesa, e verso i quali l’arcivescovo aveva potere di emanare sentenza nelle cause civili.

da «Il Giornale di Casoria» del 11 dicembre 2011

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