Ludovico da Casoria/ Un cattolico nel fuoco delle rivoluzioni dell’800

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Ludovico da Casoria alle origini dell’impegno politico dei cattolici napoletani >>> Tra le cronache del 1861, gli anticlericali amano citare la storia irriverente di Giovanni Pantaleo, il frate che si unì ai Garibaldini e giunse a vagheggiare la “chiesa del popolo”: personaggio pittoresco, di quelli di cui si innamorarono facilmente gli avventurieri romantici. Ma l’Ottocento, secolo di grandi sconvolgimenti politici e sociali che travolsero anche la Chiesa, fu di riflesso anche il secolo di una rigogliosa rinascita cattolica, che proprio a Napoli diede i suoi frutti più lucenti. Tra i tanti cattolici e religiosi impegnati in questa battaglia, spicca la figura eccezionale di padre Ludovico da Casoria, che fu certamente uno dei principali protagonisti della vita sociale e politica, napoletana e nazionale, in quegli anni difficilissimi a cavallo tra la fine del regno borbonico e la nuova Italia.

Francescano, padre Ludovico nel 1848 aveva 24 anni. Insegnava matematica e chimica, e parlava inglese e francese. Quando vide Napoli scendere in piazza per la Costituzione si rese conto che la storia si era messa in moto, e con una violenza e una velocità tali che la Chiesa difficilmente avrebbe potuto adeguarsi. Bisognava mantenere e rinsaldare il rapporto con la cosiddetta società civile: per questo si fece promotore del rilancio del Terzo Ordine, coinvolgendo con entusiasmo un  gran numero di laici, anche delle più alte sfere dell’aristocrazia (persino due principesse russe) in attività caritative e di assistenza. Smorzatisi i clamori dei liberali, cercò poi un contatto con le istituzioni borboniche, e trovò addirittura l’amicizia di Ferdinando II. Da questo momento, i progetti di padre Ludovico – che arriverà a fondare oltre 200 istituti – non vanno letti come singole iniziative, ma come un’unica grande battaglia, senza precedenti in Italia, per l’educazione e per i diritti assistenziali. Diritti che dovevano essere garantiti dallo Stato: per questo il frate si adoperava a cercare non solo donazioni private, ma anche finanziamenti pubblici, ovviamente tra infuocate polemiche.

Si innamorò anche della causa dei “moretti”, i bambini africani schiavi, e nel 1857 giunse come rappresentante del re ad Alessandria d’Egitto. Qui conobbe il palermitano Paolo Paternostro, un liberale esiliato dai Borbone, e convinse il re a farlo tornare in patria (Paternostro parteciperà poi ai moti unitari e sarà senatore del primo parlamento italiano).

Nel 1859 padre Ludovico fondò i Frati Bigi, rivelando ancora una volta coraggiose aperture moderne, non sempre apprezzate, anche dalla Chiesa: i Bigi erano infatti una congregazione di Terziari Francescani che facevano vita comune in «altissima povertà», ma senza emettere voti solenni: in pratica, potevano lasciare il convento in qualunque momento, rimanendo ovviamente Terziari laici a vita.

Durante i moti unitari, i Bigi fecero assistenza all’ospedale militare di Caserta, curando prima i militari borbonici, e poi quelli garibaldini. Furono anni difficili, in cui cambiava tutto: finiva per sempre il Regno di Napoli e Ludovico, in crisi, decise di andare a Roma da Pio IX: «Viene la rivoluzione – gli disse – che debbo fare? chiudermi nella cella a pregare, o cacciarmi in mezzo al fuoco per operare?». Incoraggiato dal pontefice, prese così la decisione più difficile e si gettò nel fuoco, avviando nei decenni successivi una lunga serie di iniziative in tutta Italia, da Assisi a Firenze, da Roma a Napoli. Qui si inventò le scuole professionali artigiane per togliere gli scugnizzi – gli «accattoncelli» – dalle strade, e poi l’ospizio per i pescatori sul mare di Posillipo. Aspramente criticato (fino alle denunce) dai Francescani per la sua sregolatezza e testardaggine di amministratore, andando contro i divieti della Chiesa (il Non expedit di Pio IX), padre Ludovico fu di fatto un ispiratore e un sostenitore dell’impegno dei cattolici in politica. Non è un caso, che nel 1861 fosse eletto deputato di Casoria il Duca di Maddaloni Francesco Proto, in cui “La Civiltà Cattolica” vide «l’unica voce cattolica del Parlamento». Autore di una famosa “Mozione” stampata in tutta Europa (ma cancellata dalla storia ufficiale italiana), Proto chiese un’inchiesta parlamentare nelle province meridionali, denunciando la repressione piemontese e la resistenza locale, che la storia scritta dai vincitori volle mascherare da “brigantaggio”, facendo di tutta l’erba un fascio. Costretto a dimettersi, il Duca continuò la sua battaglia con libri e opere teatrali, deridendo l’aristocrazia napoletana con poesie mordaci e talvolta licenziose. Singolarissima figura, ricercato nei salotti (testimone di nozze di Scarfoglio e Serao), eppure Terziario Francescano convinto, Proto fu un generoso sostenitore delle iniziative di padre Ludovico.

Al vulcanico frate venne anche la prima idea di un’università cattolica: nel 1864 fondò una “Accademia di Scienza e Religione”, coinvolgendo personalità del livello di Francesco De Sanctis, Niccolò Tommaseo, Federico Sclopis. L’iniziativa fu ovviamente attaccata dai liberali, bollata come reazionaria e filo-borbonica, e per evitare complicazioni il cardinale gli ordinò di scioglierla. Forse anche per aspettare che si calmassero le acque, Ludovico riprese così la via dell’Africa. Ma nel 1866, al suo ritorno a Napoli, lo aspettava il più assurdo degli attacchi: era scoppiata l’epidemia di colera, e la questura lo accusava di aver sparso il morbo in città, seppellendo senza precauzioni dei malati nel suo istituto di Capodimonte. Tra l’incredulità di tutti, fu arrestato e passò dodici giorni in carcere: per liberarlo si mobilitò l’intero Consiglio Comunale di Napoli, Luigi Settembrini e Vittorio Imbriani in testa.

Dalla tipografia degli «accattoncelli» uscivano intanto “La Carità” e “L’Orfanello” le riviste che seguivano la vita politica italiana, ma soprattutto le vicende della Chiesa, con i contributi dei maggiori intellettuali dell’epoca. Nel 1882 padre Ludovico lanciò dalle pagine de “L’Unità Cattolica” di Torino un’iniziativa ripresa in tutt’Italia: grandi pranzi pubblici per i poveri, in occasione del settimo centenario della nascita di S. Francesco. Al di là della festa, era ovviamente un modo per attirare l’attenzione di borghesi e benestanti sulle condizioni di chi non poteva permettersi nemmeno un pasto decente. A Napoli parteciparono in cinquemila, serviti a tavola da politici e aristocratici, e persino dal cardinale Sanfelice. Francesco Proto pubblicò il libro “Il poverello di Assisi” per finanziare il monumento di Posillipo a S. Francesco. Poco tempo dopo, al Congresso generale del Terzo Ordine, dopo le critiche arrivò il riconoscimento: l’esperienza napoletana di padre Ludovico era il modello da seguire. Ma il motore di quell’esperienza, che era l’entusiasmo stesso di quest’uomo eccezionale, si sarebbe spento di lì a qualche anno, con la sua morte. Era il 1885. «Diciamolo noi, coraggiosamente: Fra Ludovico da Casoria era un santo»: scrisse per primo su “La Rassegna Italiana” il vecchio amico Francesco Proto (che quando morirà, salutato come “l’ultimo dei Napoletani”, avrà indosso solo l’abito da terziario). La scomparsa di padre Ludovico riempì di commozione tutta Italia. A Casoria la sua commemorazione fu affidata a Marco Rocco di Torrepadula, potente politico considerato un pilastro del blocco di potere napoletano. E Benedetto Croce, che era stato allievo del Collegio della Carità, ricordò «l’afflato mistico e poetico» che era riuscito a dare a Napoli quel frate «in cui pareva rivivere qualcosa di Francesco d’Assisi».

*Pubblicato col titolo Ludovico da Casoria, un francescano durante le rivoluzioni dell’Ottocento in «Nuova Stagione» del 27 novembre 2011 – poi ampliato e pubblicato con l’attuale titolo in «Il Domenicale di Casoria» del 13 maggio 2012.

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