Napoli 1861, le altre storie

1861

Don Liborio, Francesco Proto e Padre Ludovico >>> In quegli anni a cavallo tra la fine del regno dei Borbone e la nuova Italia chissà quanti personaggi a Napoli si muovevano nell’ombra: faccendieri e politicanti, giornalisti, agenti segreti, santi e camorristi, clericali e massoni. Qualcuno riuscì pure ad avere il suo momento ambiguo ed effimero di gloria, per poi tornare nell’ombra della storia scritta dai vincitori. Eppure che storie, che si scovano sporcandosi le mani tra vecchie cronache, lettere e memorie di un secolo e mezzo fa. Che personaggi, sconosciuti e dimenticati, o conosciuti solo per un verso ma ignorati per molti altri. Come Liborio Romano, passato alla storia per la sua “geniale” intuizione di arruolare nella polizia i camorristi, compreso il famoso ‘Tore e Criscienzo che ne era il capo in testa. Ma pochi sanno che Don Liborio fu soprattutto un politico spregiudicato, un geniale trasformista che giocò su tutti i tavoli possibili, e secondo lo storico Nico Perrone fu addirittura “lo strumento di Cavour per la conquista di Napoli”. Romano era un carbonaro passato inspiegabilmente dalla muffa del carcere a capo della polizia borbonica. Nel 1860 tradì Francesco II accordandosi con Cavour, che gli inviò un carico di fucili che dovevano servire ad inscenare una rivolta. Ma poi tradì anche Cavour, evitando il tumulto e concordando con Garibaldi un ingresso a Napoli addirittura trionfale. Fu anche ministro del dittatore, ma vista la sua palese inaffidabilità non è difficile capire perché, seppure eletto al parlamento con un plebiscito di voti, fu escluso da ogni incarico di potere e presto dimenticato.

A quel primo parlamento di Torino sedette per pochi mesi anche un altro singolare personaggio, citato nelle storie letterarie come un beffardo epigrammista. Ma Francesco Proto, meglio conosciuto col titolo di Duca di Maddaloni, fu molto di più di un mediocre poeta: alla fine del 1847 scese in piazza a capo dei moti liberali napoletani e l’anno seguente fu eletto deputato. Cattolicissimo, sognava una federazione italiana con dentro anche Pio IX, e tentò persino di andare sul fronte per convincere Carlo Alberto, che però non volle saperne. Dopo il Quarantotto fu esiliato insieme a tutti gli altri liberali, e più tardi i Borbone lo richiamarono a Napoli, ma sospettando sempre trame e congiure: e facevano bene, perché il duca accolse Garibaldi e poi fu eletto deputato nel 1861. A Torino sbalordì tutti con una “Mozione” che il parlamento non volle nemmeno ascoltare, ma che in pochi anni fece il giro d’Europa. Denunciava le contraddizioni dell’annessione delle Province Napoletane, chiedendo un’inchiesta parlamentare per capire quali fossero i problemi del Mezzogiorno, ma chiedeva soprattutto di fermare la repressione armata del cosiddetto brigantaggio, che era un fenomeno molto più complesso, a metà tra reazione e resistenza.

Nel fuoco di questa rivoluzione decise di buttarsi un frate meno pittoresco di Pantaleo, ma altrettanto coraggioso, nel quale Benedetto Croce vide addirittura “rivivere qualcosa di Francesco d’Assisi”. Si chiamava Ludovico da Casoria e a prima vista era il perfetto identikit del reazionario borbonico e clericale, perché era stato amico di Ferdinando II e aveva difeso il cardinale Riario Sforza. Eppure l’attività sociale e politica svolta da padre Ludovico, la sua battaglia per i diritti assistenziali, per niente scontati a quell’epoca, non hanno precedenti. A Napoli si inventò la scuola professionale, togliendo centinaia di “accattoncelli” dalla strada per avviarli al lavoro. Fu il primo a parlare di un’università cattolica, coinvolgendo Gino Capponi e Niccolò Tommaseo nel progetto di una “Accademia di religione e di scienza”, ovviamente boicottata. E doveva dare parecchio fastidio se nel 1866 finì in carcere con l’assurda accusa di aver sparso il colera in città: tutto il consiglio comunale di Napoli si mobilitò, Settembrini e Imbriani in testa, per liberarlo.

Don Liborio il trasformista, Francesco Proto con la sua Mozione d’Inchiesta, padre Ludovico con i 200 istituti che fondò in tutta Italia. Solo tre di chissà quanti altri personaggi che non si incontrano tra le pagine dei libri di storia, ma che la storia la fecero, a Napoli, in quel 1861 di speranze e di contraddizioni.

da «La Repubblica» del 2 novembre 2011 (e nella stessa data pubblicato on-line dalla rivista «San Francesco d’Assisi: Organo ufficiale di Stampa della Basilica di San Francesco d’Assisi»).

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