Casoria 1862: quando anche essere poveri poteva essere un “mestiere”

carabinieri22

Quella di Crescenzo Terracciano, arrestato nell’estate del 1862 per le strade di Casoria, è una storia singolare, che svela gli assurdi meccanismi che regolavano la società meridionale. Terracciano – che non doveva essere il solo – aveva famiglia e viveva di elemosina: ma in pratica aveva fatto della sua povertà un “mestiere”, con tanto di autorizzazione di una chiesa di Napoli, a cui versava una percentuale.

L’arresto. Alle quattro del pomeriggio del 4 luglio 1862 i Reali Carabinieri arrestarono sulla via che da Casoria conduce a Caivano il 47enne Crescenzo Terraciano, originario di Napoli ma domicilialo a Casoria. L’uomo era accusato di essere un «questuante non autorizzato». Gli sequestrarono infatti un sacco con dodici litri di grano, vari pezzi di pane, una cassetta con l’immagine di Santa Lucia e della Vergine del Carmine, che conteneva 50 grana; e «una funicella con una palla bucata, alla quale egli annetteva un valore religioso».

L’interrogatorio. Crescenzo Terraciano dichiarò che faceva la  questua da molti anni per sovvenire ai bisogni della sua famiglia, «autorizzato con speciale permesso del parroco della Chiesa di Santa Lucia a Mare di Napoli, a cui versava carlini tre al mese»; e che gli oggetti sequestrati erano appunto il prodotto della questua.

Il “permesso” di questuare. Al di là della testimonianza dell’arrestato, è agli atti del processo un vero e proprio documento della chiesa di Santa Lucia a Marre, in cui il  parroco, giovandosi di un privilegio che risaliva nientemeno che a Filippo II – riconosciuto tuttavia con Reale Dispaccio del 1816 e accettato dall’Intendenza e dalla Prefettura di Napoli – autorizzava Crescenzo Terraciano a questuare con la cassetta di S. Lucia fin dal marzo del 1858.

In tribunale. Al povero Terracciano fu contestato che non bastava il permesso del solo parroco, ma ci voleva una «autorizzazione a questuare per le pubbliche vie» rilasciata dall’Autorità politica; e che anzi, la licenza data dal potere ecclesiastico doveva essere subordinata a quella politica. Inoltre, le leggi di epoca borbonica, o peggio ancora il privilegio di epoca spagnola (in cui Filippo II autorizzava comunque la questua solo per il mantenimento della chiesa), non avevano più alcun effetto: al caso si dovevano applicare le nuove leggi.

La condanna. Il Tribunale Circondariale di Napoli non riconobbe l’ignoranza della legge – «ignorantia juris non excusat» – e dichiarò Crescenzo Terracciano «pubblico questuante abituale non autorizzato», in contravvenzione alla legge di Pubblica Sicurezza del 1861 e alle disposizioni del Codice Penale. Tuttavia, riconobbe la buona condotta morale, e la buona fede dell’imputato  quali circostanze attenuanti: la pena prevista era di tre mesi di carcere, ma il povero Terracciano alla data della sentenza – 1 settembre 1862 – da due era già detenuto; dovette così scontare altri sei giorni, e pagare le spese processuali.

Bibliografia. Il caso giudiziario di Crescenzo Terracciano fu ripreso da un giornale giuridico di Genova curato dagli avvocati G. Maurizio e A. G. Bozzo, una “Raccolta di sentenze con note ed osservazioni, articoli di vario diritto, cronaca del parlamento, atti ufficiali e notizie giornali giuridiche”; Cfr *Giurisprudenza Criminale, «Gazzetta dei Tribunali», 4 ottobre 1862, XIV, n. 80, pp. 6-7, 638-39.

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