Delitto e castigo / Il furto di San Mauro e l’atroce esecuzione del 1674

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Ai primi di febbraio del 1674, Casoria fu turbata da un fatto criminale che impressionò molto l’opinione pubblica: una banda di ladri si introdusse nella chiesa di San Mauro, ma non riuscì a portare via la statua del santo patrono, in curiose circostanze a cui fu dato del miracoloso: l’episodio, tramandato a lungo nei racconti dei vecchi casoriani, fu ricostruito attraverso le cronache dell’epoca dal preposito Arcangelo Paone nella sua “Appendice” alla vita di San Mauro.

La mattina di lunedì 5 febbraio 1674, aprendo la chiesa, i sacristi si ritrovarono davanti la statua d’argento di San Mauro – che aveva nel petto la reliquia – poggiata a terra, davanti alla cappella dei Ferrara; dietro, una serie di scale di legno si arrampicavano fino al finestrone che dava nel giardino. Erano state scassinate le due nicchie ai lati dell’altare maggiore che contenevano i busti d’argento dei due protettori: San Mauro e San Nicola Pellegrino. Quello di San Nicola era stato rubato con tutta la reliquia, insieme a diversi oggetti, compreso il pastorale di San Mauro.

Accadde allora un fatto straordinario: facendosi strada nella folla accorsa, davanti a centinaia di persone, il parroco don Giovanni Ferrara – che aveva 71 anni, e oltretutto un braccio offeso – abbracciò la statua, e da solo la portò sull’altare, nella commozione generale del popolo che urlava chiedendo giustizia.

Fu fatto rapporto al Procuratore generale di Napoli, e vennero a Casoria un «giudice di Giugliano» e il Commissario di Campagna Francesco Navarretta (componente del Sacro Regio Consiglio). Furono così rintracciati ed arrestati ad Acerra tre sospetti: un tale Domenico Capuano detto “Capo di vento” e due casoriani. A uno di loro, i giudici promisero la libertà in cambio della confessione, e lui indicò il Capuano come capo della banda ed un suo indivisibile compagno, Francesco Percuoco, che fu subito arrestato. Di altri due, scappati alla volta di Roma e di Terracina, si persero invece le tracce.

Nell’interrogatorio, il Capuano confessò che si erano introdotti in chiesa attraverso una scala “di funi e mazzarelli”, e che avevano subito scassinato le due nicchie con i santi. Le portarono fino alla cappella dei Ferrara, e con un sistema di funi issarono per prima, senza difficoltà, la statua di San Nicola. Poi legarono quella di San Mauro, ma avvenne un fatto curioso: «essa si fece immobile, come inchiodata a terra do’vera stata posta»; «facemmo i più grandi sforzi per muoverla e tirarla – raccontò il Capuano – eravamo tre che tiravano da sopra e tre che alzavano di sotto, ma furono tutt’inutili i nostri sforzi». Ad un certo punto, i ladri furono presi dal panico, e forse suggestionati raccontarono che gli sembrava che le porte della chiesa si scuotessero, e di sentire «voci che gridavano e una cavalleria che accorreva». Il fatto indignò la popolazione, e i due ritenuti a capo della banda furono condannati a morte.

L’esecuzione avvenne a Casoria mercoledì 28 febbraio 1674, e fu terribile: Domenico Capuano fu impiccato, mentre Francesco Percuoco fu «arrotato», cioè sottoposto al supplizio della ruota: il suo corpo fu squartato in quattro pezzi che furono appesi lungo la via che portava a Napoli. Le loro teste tagliate furono appese al muro delle case dirimpetto alla chiesa di San Mauro, «ove stettero molto tempo sotto gli occhi di tutti».

Bibliografia: la vicenda, ripresa da un manoscritto dell’epoca, è raccontata in A. Paone, Appendice alla vita e miracoli di S. Mauro protettore di Casoria, Napoli, Tip. Barnaba, 1893, pp. 22-27; ma dell’esecuzione della sentenza si ritrova notizia anche in I. Fuidoro, Giornali di Napoli dal MDCLX al MDCLXXX, Napoli, Società Napoletana di Storia Patria, 1939, p. 150.

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