Oltre il mito/ una nuova sorprendente ipotesi sulle antiche origini di Casoria

artemisi

A volte la soluzione è semplice, ed è proprio davanti agli occhi. Solo che non riusciamo a vederla, perché magari tradisce – e distrugge – qualche certezza che davamo invece per acquisita. Ci sono delle circostanze, finora mai considerate, circa le origini della “comunità casoriana”, che si perdono nelle nebbie del mito: ma che invece, a ben guardare, hanno dei precisi e sorprendenti riferimenti storici – nel lontanissimo periodo imperiale e tardo-imperiale – che possono spiegare il successivo forte radicamento del culto di San Mauro, e forse anche l’origine del nome di Casoria. 

La storia di San Mauro è riconosciuta come “mito fondante” della primitiva comunità casoriana, e come tutti i miti ha una parte leggendaria: al principio del VI secolo, il senatore romano Equizio Anicio affidò il figlio Mauro a San Benedetto, donandogli i suoi possedimenti terrieri, tra cui l’Agro Genziano, che sarebbe il territorio di Casoria (una tradizione inesatta, poiché le poche notizie certe su San Mauro dicono solo che era figlio di un ricco di nome Eutichio, che lo affidò a Benedetto).

In realtà, l’introduzione del culto di San Mauro a Casoria è più tarda, come ha ben documentato nei suoi studi Claudio Ferone: risale alla metà del Mille, e va inquadrata nel più ampio processo di “stabilizzazione” dei Benedettini in Campania tra l’VIII e l’XI secolo. Ma questo discorso – che ci porterebbe troppo lontano, e che deve essere ancora adeguatamente sviluppato – per ora non ci interessa. Ciò che ci interessa, è capire perché i Benedettini, che in questi secoli scesero dal basso Lazio fino a Cava dei Tirreni e oltre, e fondarono diverse chiese dedicate a San Mauro, giunti sul territorio di Casoria decisero di “ambientare” proprio qui la loro leggenda.

Forse perché a Casoria trovarono il terreno fertile, non solo per coltivare, ma anche per  poggiare la loro leggenda. D’altronde, la storia dei primi secoli benedettini si fonda quasi interamente su documenti andati distrutti nell’alto medioevo, e ricostruiti oralmente (sic!), con tutti i dubbi e i sospetti di manipolazione che possono derivarne. Possibile, dunque, che i benedettini abbiano “adattato” il culto di San Mauro ad una storia già esistente sul territorio, magari radicata – per quanto sbiadita nei particolari – nella comunità che lo abitava, o addirittura elemento fondante della stessa? Sembrerebbe impossibile trovare una storia così antica: invece, proprio a Casoria, un documento eccezionale del II secolo racconta una storia che ha sorprendenti affinità con quella di San Mauro.

L’epigrafe greco-latina ritrovata in località “Carbonella” (oggi all’Archeologico di Napoli) raccoglie un decreto della Fratria degli Artemisi dell’anno 194. Le “fratrie” erano associazioni politico-religiose simili alle nostre confraternite: gruppi di famiglie che si riunivano per celebrare insieme dei riti, sia tristi e che lieti, dai funerali alle feste con tanto di banchetti, e che amministravano un patrimonio comune. Gli Artemisi erano devoti di Artemide, ovvero la dea della caccia e dei boschi, e non stupisce il ritrovamento di questa loro lapide a Casoria: la “Carbonella” – sulla strada per Arpino, subito dopo l’aeroporto – si trovava infatti proprio a ridosso della grande “silva”, ovvero del bosco che copriva la zona; tra l’altro un bosco particolare, un “bosco sacro”, che nel medioevo era proprietà della Chiesa di Napoli.

L’epigrafe riporta un atto amministrativo, ma in breve racconta una storia: quella di Lucio Munazio Ilariano, un ricco benefattore che costruì un tempio ad Artemide e restaurò l’«oikos», la casa, cioè la sede della Fratria. Dove? L’epigrafe non lo dice, ma ovviamente gli storici hanno pensato subito a Napoli, individuando il tempio nella chiesa di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta; e deducendo che da quelle parti, verosimilmente, si trovasse anche la Fratria degli Artemisi.

Nessuno, però, ha mai notato che la lapide fu trovata nei pressi della grande «silva» che copriva all’epoca sul territorio extra-urbano; che proprio qui, nella zona della Carbonella, guardava il grande “ponte canale” dell’acquedotto augusteo. Se fosse sorto proprio lì, dove è stata trovata l’epigrafe, la sede della Fratria? in campagna, presso il bosco, presso l’acquedotto; e la struttura fosse andata poi distrutta proprio come l’imponente acquedotto, o trasformata magari in una masseria?

A questo punto, l’indizio offerto dall’epigrafe è davvero sorprendente: Munazio restaurò la Fratria ripristinando i marmi e “adornando d’oro il lacunar” (cioè il soffitto a cassettoni) dell’«oikos». Una casa dal soffitto d’oro. «Oikos» e «aurea»: la vicinanza tra questi due termini,  il primo greco e il secondo latino – in una commistione tutta napoletana, che durerà a lungo fino al medioevo – suggerisce una nuova, suggestiva ipotesi sull’origine del nome di Casoria.

Possibile che sia quella degli Artemisi, la “casa d’oro” che affonda nel passato più lontano di Casoria? E che legame avrebbe con l’altro grande mito casoriano, ovvero quello di San Mauro? A questo punto, gli indizi che offre l’epigrafe sono ancora più sorprendenti. Per ringraziare Munazio, infatti, gli Artemisi gli offrirono 50 pezzi di terra (anche se lui ne accettò solo 5), e innalzarono delle statue e dei ritratti, sia a lui che e a suo figlio Mario Vero: che, si legge letteralmente, era il loro “eroe” (forse era già scomparso, e la Fratria ne serbava la memoria***vedi NOTA).

Colpisce, inoltre, l’augurio che la Fratria possa non solo essere elegante e «magnifica come si addice alla religione», ma anche «vantarsi della moltitudine degli abitanti»; una curiosa affermazione, che unita alle «50 aree»  di proprietà della comunità (che non potevano certamente trovarsi dentro la città), sembrerebbe un riferimento ad una sorta di colonia agricola extraurbana.

La leggenda di San Mauro sembra modellata sulla (vera ed incontestabile) vicenda storica raccontata da questa epigrafe: c’è un ricco patrizio romano che è il benefattore e “patrono” della comunità, con un figlio che si chiama Mario – nome spaventosamente vicino a Mauro (Marius>Maurus) – che è considerato un “eroe”, nel cui culto e nel cui ricordo si erigono statue e ritratti; e c’è addirittura una transazione di un grande patrimonio di terreni (50 aree) che appartengono alla comunità. Insomma, limando i particolari, sembra proprio la base ideale sulla quale i Benedettini poterono adattare la storia di San Mauro figlio di un patrizio romano, e dei terreni…

Fa pensare molto, anche il luogo del ritrovamento: la contrada Carbonella, un grande appezzamento di terreno che prende il nome dalla Magnifica Giovanna Carbonella,  che a metà del Cinquecento (1542) pagava un censo di 5 ducati alla chiesa di San Mauro. Un luogo che aveva un preciso legame con la chiesa, dunque. Qui fu scoperta la lapide, in circostanze piuttosto curiose: i contadini che la ritrovarono zappando la terra dissero che era la copertura di una tomba, ma in realtà la sepoltura in questione non fu mai scavata! E «di una tale voce», seppure verosimile, non fu dunque possibile «constatare l’assoluta certezza», perché all’arrivo di mons. Mallardo (venuto a studiarla) la lapide «era stata trasportata nel centro di Casoria». Se fosse stata invece una sorta di «monumento-documento», volutamente collocato nell’antico territorio delle «50 aree» degli Artemisi? Un documento che, di sicuro, nel periodo alto-medievale, in molti (o meglio, i pochi che erano capaci di leggerlo e comprenderlo) avrebbero avuto tutto l’interesse di far dimenticare.

***NOTA: Questo «eroe vostro» ha incuriosito recentemente persino uno studioso di Harward (C. P. Jones 2010), che ha sottolineato l’unicità della vicenda raccontata dall’epigrafe degli Artemisi, senza riuscire però a capire chi possa essere Mario Vero. Suggerisco allora, personalmente, l’affascinante l’ipotesi che possa trattarsi di Publio Marzio Vero, generale e console romano vissuto proprio nel II secolo (e di cui si ignorano, finora, origini e famiglia); comandante della Legio V Macedonica e poi governatore della Cappadocia. I motivi per considerarlo “eroe” ci sarebbero tutti: quando nel 175, in Siria, Avidio Cassio si proclamò imperatore, Marzio Vero rimase fedele a Marco Aurelio e contribuì al ritorno all’ordine delle province orientali (la sua morte è collocata orientativamente proprio intorno al 190).

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