Teatro / «Le cantatrici villane» di Casoria, un successo dell’Ottocento

cantatrici

È ambientata a Casoria, una delle commedie musicali più fortunate del primo Ottocento: si tratta de Le cantatrici villane di Valentino Fioravanti, che musicò la colorata storia del maldestro maestro don Bucefalo – scritta da Giuseppe Palomba – riscuotendo un grande successo in tutta Italia, e non solo.  

Valentino Fioravanti (1764-1837) fu maestro di cappella a San Pietro in Vaticano e girò l’Europa, ma ebbe anche un rapporto molto stretto con Napoli. Dopo aver studiato nei conservatori napoletani, infatti, vi tornò con l’intento dichiarato di competere a teatro con i grandi maestri dell’epoca come Paisiello e Cimarosa. E dopo una decina di opere, Fioravanti raggiunse in effetti un grande successo con Le cantatrici villane, una commedia musicale ambientata a Casoria.

Fioravanti scrisse Le cantatrici villane «nel carnevale 1798, entrando il ’99», cioè proprio nel tormentato periodo della Rivoluzione Napoletana. Nonostante tutto, l’opera ebbe una straordinaria fortuna: fu rappresentata per la prima volta al Teatro Fiorentini di Napoli nel gennaio del 1799, e dopo molte repliche in tutta Italia – nel 1802 era alla Scala di Milano – arrivò a Parigi nel 1806 (e fu persino tradotta in tedesco).

L’opera si basa su un libretto di Giuseppe Palomba, che porta in scena popolane e popolani illusi da un certo «Don Bucefalo Zibaldone, maestro di cappella ignorante»; il quale, spinto dalla sua frenesia senile più che dall’amore per l’arte, tenta con loro degli improbabili intrecci artistici ed amorosi. Una sorta di satira – comica e vispa – delle cattive abitudini del mondo teatrale.

La commedia si svolge a Casoria, quasi tutta in strada: nella piazzetta Don Bucefalo gusta il «soffritto», che è una specialità del posto, seduto all’osteria di Agata, vedova «nativa di Frascati», a due passi dalla  panetteria di Nunziello. Dall’altra parte della scena c’è l’orto della «villana romagnola» Giannetta che arrotonda un gomitolo, e la casa di Rosa «villana di nazione Fiorentina, stabilita in Casoria», seduta sull’uscio a fare la calza.

Le tre villane canticchiano melodie, catturando l’attenzione di Don Bucefalo, che fa loro i complimenti col piatto di soffritto in mano. Conquistato da queste tre «canterine di Casoria», il “maestro” le vorrebbe addirittura scritturare per portarle a teatro. Per fare qualche prova, chiede così il cembalo a un suo allievo di Casoria, Marco, ormai vecchio, che entra in scena dolorante per la gotta; e non solo: è anche un cane a cantare.

Don Bucefalo e Marco si invaghiscono di una delle tre villane, «Rosa Baggiana la Casoriana», ignari che è appena tornato in paese – travestito da sergente – suo marito Carlino, che era scappato da Casoria per aver commesso un omicidio. La situazione offre ovviamente gustosi spunti per scenette comiche: la lezione di Don Bucefalo, piena di doppi sensi; i due pretendenti che finiscono in due botti all’arrivo del marito, fino alla tragicomica prova dei musicanti scritturati da Marco per fare inutilmente colpo su Rosa.

Da notare che il personaggio di Marco, il vecchio malato di podagra a cui piacciono le donne, è mutuato (forse un omaggio?) dal Marcaniello de Lo frate ‘nnamorato musicato nel 1732 dal Pergolesi, sul libretto di G. A. Federico, a cui si deve un’altra opera buffa della prima metà del Settecento ambientata a Casoria.

Bibliografia. Esiste una lunga serie di versioni, sia manoscritte che a stampa, a partire dai primi dell’Ottocento, de *Le cantatrici villane: dramma giocoso in due atti, musica di V. Fioravanti, libretto di G. Palomba; e sono testimonianza della grande fortuna che ebbe l’opera – che è stata anche incisa – nei teatri di tutta Italia. Sull’autore, vedi in particolare A. Della Corte, L’opera comica italiana nel ‘700: Studi e appunti, Bari, Laterza, 1923, II, pp. 176-98.

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