Teatro / «La Zeza di Casoria» ritrovata

zeza

La Zeza de Casoria è il titolo di una commedia della prima metà del Settecento che sembrava perduta, ma che invece è ancora possibile rintracciare. L’opera non è infatti del tutto scomparsa, ma – a mio avviso -molto più semplicemente, come spesso accadeva, subì qualche variazione e adattamento; mutando sia il titolo che genere, ma lasciando immutati alcuni caratteri fondamentali.

Della commedia in prosa La Zeza de Casoria parla Pietro Napoli Signorelli nella prima edizione delle sue Vicende della coltura nelle due Sicilie, attribuendola a Gennaro Antonio Federico. E in effetti, esiste un ormai introvabile  libello del 1770 intitolato proprio *La zeza de Casoreja, commeddeja de Jannarantonio Federico (pubbl. postumo, visto che il Federico morì intorno al 1743). Curiosamente, però, la notizia su questa commedia scomparve poi nelle edizioni e nelle opere successive del Napoli Signorelli, anche se gli studiosi che si occuparono di teatro e dell’opera buffa (in particolare Michele Scherillo) continuarono comunque a citarne il titolo.

Che fine fece, la Zeza? In assenza del testo originale (un’ultima copia dovrebbe essere presso la biblioteca della Normale di Pisa)  credo che la soluzione vada ricercata nella “svolta” del suo autore, Gennaro Antonio Federico, che intorno al 1730 si diede all’attività di librettista di opere buffe, e che conobbe grande successo grazie a Lo frate ‘nnammorato musicato nel 1732 da Giovanni Battista Pergolesi e La serva padrona uscita l’anno successivo. La Zeza faceva dunque parte della sua precedente produzione (insieme a Li Birbe e Lo curatore), meno nobile, di commedia in prosa che forse desiderava lasciarsi alle spalle. Tuttavia, probabilmente fu tutt’altro che abbandonata: a mio avviso, infatti, parzialmente tradotta in italiano e opportunamente adattata per la musica, La Zeza di Casoria fu la base de L’Alidoro che Federico portò in scena al Fiorentini di Napoli nel 1740.

L’azione dell’Alidoro ruota infatti intorno al personaggio di Zeza, una prosperosa taverniera che ha per amante lo squattrinato mugnaio Meo; ma che con le sue grazie attrae il giovane Don Marcello, e poi anche il suo vecchio padre Giangrazio, un nobile di provincia dai modi un po’ cafoni. Nel libretto, la scena dell’opera – che fu musicata da Leonardo Leo, ed è stata recentemente recuperata – è ambientata “fuori Napoli”, a Poggioreale. Anche questa scelta, va certamente letta come il tentativo di rinnovare la precedente Zeza de Casoria, troppo popolare; e non a caso, nella dedicatoria dell’Alidoro, l’impresario desidera che la nuova opera «sia da tutti con occhi rispettosi mirata»

Bibliografia: L’introvabile edizione dell’opera è *La zeza de Casoreja, commeddeja de Jannarantonio Federico, Napoli, Gianfrancesco Paci, 1770; del Federico parlano P. Napoli Signorelli, Storia critica de’ teatri antichi e moderni, VI, Napoli, 1790, p. 316; e M. Scherillo, L’opera buffa napoletana, Napoli, 1916, pp. 207-29; mentre l’edizione dell’opera musicale è G. A. Federico, L’ Alidoro: Commedia per musica etc., Napoli, Nicola Di Biase, 1740.

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