Corsi e ricorsi/ Rocco e il «decadimento politico-parlamentare» di fine ‘800

rocco1893

Nel 1898, mentre scandali e insurrezioni laceravano l’Italia, il deputato di Casoria Marco Rocco intervenne nel dibattito nazionale, tracciando senza riserve una spietata analisi di quelle che erano, a suo avviso, le cause del «decadimento politico-parlamentare». Il suo intervento, a tratti criticabile e retrogrado, nascondeva tuttavia non poco buonsenso, e soprattutto tutta la delusione di una generazione – non solo napoletana – che aveva constatato il fallimento della politica davanti ai comitati di potere che da sempre (e fino ad oggi) tengono in ostaggio l’Italia.

La situazione italiana del 1898 era a dir poco incandescente. Alla fine del 1897, infatti, era avvenuto un fatto sconcertante: dopo gli scandali finanziari (il più famoso, quello della Banca Romana, del’93), attraverso una serie di manovre – essenzialmente tagli alla spesa pubblica e inasprimento delle tasse – il bilancio dello Stato si chiuse con un avanzo di 17 milioni: che però furono investiti per sostenere Banche e apparato burocratico. Questa assurda scelta provocò un’ondata di scioperi in tutta Italia, che in pochi mesi si trasformò in una vera e propria insurrezione popolare in molte città.

Il deputato di Casoria Marco Rocco, proprio in quei tormentati mesi, partecipò al dibattito nazionale pubblicando un breve intervento sulle Condizioni politiche ed economiche d’Italia, in cui individuava quelle che, a suo avviso, erano le grandi cause di mali italiani. Nel suo scritto – in cui non manca il buon senso – si avverte tutto il disorientamento di una vecchia generazione (Rocco era entrato in Parlamento nell’82) che nonostante i propri limiti pure aveva creduto e sperato, ma era ormai delusa dal «decadimento politico-parlamentare», che secondo lui era «la gran pietra d’inciampo al retto sistema di governo».

L’analisi del Rocco può apparire inizialmente retrograda. Per lui il problema fondamentale era stato alla fine del ‘700 «la distruzione (…) del vecchio edificio sociale, senza edificarne il nuovo, sostituendosi al castello, ai freni del feudalismo e del fedecommesso ed agli usi civici (…) niente altro che la libertà, la fratellanza, l’uguaglianza»; ma poi corregge il tiro, puntando l’indice contro i profittatori: perché proprio nel nome di questi nobili ideali, «il capitale, libero e nascosto, concentrandosi nelle mani di pochi, soggioga ed opprime inesorabilmente la proprietà stabile ed il lavoro».

Rocco era un convinto cattolico: deprecava la mancanza della religione nelle scuole, che aveva prodotto due generazioni «scettiche e corrotte»; così come la distruzione di molti enti religiosi, che promuovevano l’arte, dando lavoro sia ad artisti che operai; e l’esproprio (per oltre un miliardo) delle proprietà ecclesiastiche, che producevano servizi per i meno abbienti.

Si scagliò anche contro la scuola obbligatoria, o meglio contro «la superficiale istruzione della classi elementari», che aveva prodotto «vane illusioni e lusinghe» nel popolo, che aveva appreso i suoi diritti, ignorando i doveri. Senza contare che le scuole – che contavano oltre 80mila insegnanti, malpagati – erano a carico dei Comuni, che spesso non riuscivano a sostenerle adeguatamente.

Deprecò la politica economica dell’ultimo decennio: l’assurda crescita dei bilanci statali «oltre le forze economiche di una giovane nazione», e la fallimentare espansione coloniale. L’inasprimento delle imposte che, anziché sulle rendite, gravavano sul capitale «di ogni classe di cittadini»; il fiscalismo sempre più opprimente che stava rodendo i risparmi delle famiglie. Ma soprattutto, la mancanza di coerenza dei vari governi, che avevano pensato a pareggiare i bilanci statali, senza curarsi dei bilanci di Province e Comuni; un risanamento dei bilanci statali che era stato realizzato semplicemente rincarando le tasse e tagliando la spesa pubblica, ma senza nessun tipo di «illuminata economia»; agendo come un «disaccorto padre di famiglia, che non pensando al miglioramento dei suoi prodotti e delle sue rendite, si agita solo a restringersi in eccessive economie, logorando la famiglia, e camminando così incosciamente al fallimento».

Apparentemente inquietante è uno degli ultimi “mali” dell’Italia secondo il Rocco: «l’assoluta libertà di stampa e del diritto di associazione»; ma una simile affermazione va rapportata al contesto di quegli anni: soprattutto alla grande delusione nei confronti della classe dirigente e politica, non solo napoletana, che usava ogni tipo di clientela per fare affari, e che aveva prodotto nel corso degli anni Novanta una serie spaventosa di scandali finanziari. In quegli anni di sfascio (cancellati dalla storia e dai programmi scolastici), uomini come il Rocco, che appartenevano comunque ad una “vecchia guardia”, provavano disagio davanti ad uno Stato che consideravano giovane e immaturo, preda di un “novismo” di facciata, che spesso celava solo speculatori senza scrupoli.

Bibliografia: M. Rocco, Le condizioni politiche ed economiche d’Italia, Napoli, Tip. Napoletana, 1898; recensione nella *Cronaca contemporanea, «La Civiltà Cattolica», XLIX (1898), serie XVII, vol. III, pp. 102-3.

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