Tra ‘800 e ‘900/ Pasquale Ferrara, lo scrittore (dimenticato) per l’infanzia

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Tra Ottocento e Novecento, ebbero un certo successo i libri di un autore casoriano, conosciuto in tutta Italia soprattutto per i suoi racconti per bambini. Si tratta del maestro elementare Pasquale Ferrara, classe 1863, che esordì al principio degli anni ’80, collaborando con le sue poesie a due noti settimanali napoletani dell’epoca: il Cola Capasso e Lo spassatiempo. Nel 1886 raccolse i suoi versi nei due volumetti Chiapparielle, edito a Napoli da Pierro, e Tele di ragno, uscito invece a Milano.

Ma a Milano, cominciò a pubblicare soprattutto i suoi racconti per bambini, che ebbero una certa fortuna. La prima raccolta di «fiabe per fanciulli» si intitolava Sotto gli aranci, ed uscì nel 1888 per l’editore di “libri per la gioventù” Trevisini. Seguì nel 1893 Tra maghi e fate, nella collana “Biblioteca del mondo piccino” dei Fratelli Treves; e l’anno seguente la «novella fatata» Le tre sorelle.

Ma il vero successo venne con Topino: Avventure d’un ragazzo giapponese a Napoli, uscito a Firenze per Bompard nel 1896; il volume, illustrato da Corrado Sarri, era dedicato – con tanto di fotografia – ai piccoli Dore, Erwin, Guido, Gilda, Ines e Bianca von Lobstein, che erano stati evidentemente suoi allievi, ed erano figli di una importante famiglia, legata all’Ordine di Malta e alla massoneria.

Mentre usciva una seconda edizione di Topino (1901), Ferrara strinse un rapporto con Remo Sandron, editore che allora andava per la maggiore (pubblicando, tra gli altri, anche Croce e Bracco) con sedi da Palermo a Napoli, a Milano. Per Sandron, uscì nel 1900 la «novella fatata» C’è chi sa; e poi una serie di piccoli racconti illustrati per la collana “Per il mondo piccino”: Il dito di Dio (1902), con un acquerello del noto pittore Pietro Scoppetta, a cui seguirono Fantasia, Come e perché a Enrico piacquero i gamberi, e il «proverbio in un atto» Non e tutt’oro quel che riluce.

A questi brevi raccontini illustrati, affiancò un lungo racconto «inverosimile e sentimentale» intitolato Piccina, uscito nel 1903 a Firenze per Bompard. A Napoli, invece, pubblicò il racconto Il Gramignarino, con le illustrazioni di G. Galante, uscito nel 1908 per la Società Commerciale Libraria, con cui Ferrara aveva già realizzato il voluminoso libro di letture per la quarta classe elementare Fratelli d’Italia (la seconda edizione è del 1910).

Pasquale Ferrara si interessò anche di teatro, fin da giovane: nel 1889 pubblicò infatti a Milano la commedia in 4 atti Dea, che doveva addirittura inaugurare una collana. Non riscuotendo probabilmente il successo sperato, il teatro rimase però solo un piacevole diletto. Nel 1908 pubblicò a Napoli il copione di un’altra commedia in 4 atti, intitolata Salvini; e anche l’ultima sua pubblicazione sembrerebbe avere a che fare con il teatro: le «scene» intitolate Vendetta allegra, con le illustrazioni di C. Chiostri, uscite per Sandron nel 1923 (pubblicò probabilmente anche altri volumi, di cui restano un paio di titoli, come Bruni e biondi e Promossi).

Ferrara partecipò anche alla vita pubblica, e non soltanto a Casoria. Un suo messaggio compare, ad esempio, tra le «onoranze» inviate all’ex primo ministro Francesco Crispi (un politico a cui i napoletani erano particolarmente legati) per il suo 80esimo compleanno, nel 1899: «Il cuore e la mente di quanti fanno della grandezza d’Italia il sogno e l’amore della vita – gli scrisse Pasquale Ferrara – sono con Voi oggi come furono ieri, come saranno sempre immutabilmente». Nel 1914 un suo piccolo racconto, intitolato Sogno, compare nella raccolta compilata da Carlo Rocco di Torrepadula per il centenario della nascita di Padre Ludovico da Casoria.

Singolarissima è infine la vicenda del periodo fascista che lo vide protagonista a Bonifati, in provincia di Cosenza. Nel 1933, alla non verde età di 70 anni, per la stima di cui godeva, fu infatti indicato dal prefetto come podestà del paese, in cui stava insegnando in quel periodo. Il prefetto arrivò a chiedere al provveditore agli studi di Cosenza di autorizzarlo a rimanere a Bonifati, nonostante fosse stato già trasferito nella sua Casoria. Contro il maestro (il cui nome fu peraltro storpiato in Ferrari) si attivò subito la macchina popolare della calunnia. Lo accusarono di essere affiliato alla massoneria, e i Carabinieri rilevarono che in effetti era vero, ma si era però dimesso quando era scattato il divieto mussoliniano. Sospettato comunque di «ridotta fede fascista», non fu podestà del paese, ma semplicemente commissario prefettizio per pochi mesi del 1933.

Nonostante la sua prolifica attività di educatore e di scrittore per l’infanzia, Pasquale Ferrara a Casoria è stato praticamente dimenticato: sarebbe bello recuperare la sua memoria, dedicandogli magari una scuola. 

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